Un angolo nascosto a pochi chilometri da Brescia e a due passi dal Lago d’Iseo. Un forziere che nasconde un tesoro di biodiversità, merito del suo custode: il professor Antonio De Matola.

Cremona, pochi minuti prima delle 9: ritrovo, saluti, ci si presenta a chi non si conosce, ci si riaggiorna tra membri del team. Si caricano plaid, cibo e bottiglie nello sportellone del pullman e ci si prepara a partire.

Il tragitto passa in fretta tra chiacchiere e scambi di consigli e nonostante un’inattesa sosta per un controllo di polizia (come gita del liceo siamo in effetti un po’ fuori età) verso le 10.30 raggiungiamo la meta.

Ad accoglierci c’è lui: il professore Antonio De Matola. Ci ringrazia per la visita e ci guida lungo un sentiero a piedi per una quindicina di minuti, fino all’ingresso dell’Orto delle Conifere.

Ci spiega che a Ome ci sono due orti distinti, lontani pochi chilometri uno dall’altro, che rispecchiano le sue due grandi passioni e specializzazioni professionali: le conifere e le querce.

Già nel breve tragitto a piedi, il professore inizia a raccontarci aneddoti e a darci spunti di riflessione. Il primo riguarda la conoscenza: dice che purtroppo oggi i ragazzi spesso non hanno una conoscenza di base, che non possiedono tutte quelle conoscenze che nessuno ti insegna a scuola ma che sono essenziali per capire il mondo.

Un esempio? “Una volta – racconta – avevo davanti un gruppo di ragazzini, ho dato loro cinque fiammiferi e ho chiesto di accendere un fuoco. Il tempo passava e nessuno ci riusciva. Alla fine si sono messi a piangere perché si sentivano incapaci. E sapete perché non riuscivano? Perché i fiammiferi erano bagnati. Se solo avessero avuto una conoscenza di base su come è fatto e funziona un fiammifero, avrebbero saputo che così non avrebbe mai funzionato.”

Procedendo nella camminata, il professore continua a parlare animatamente, facendoci notare come molte delle invenzioni moderne a cui non facciamo nemmeno più caso siano state intuite da Leonardo già molti secoli fa, semplicemente osservando la natura.

Lo spunto gli viene raccogliendo da terra una pervinca. Questo piccolo fiore viola possiede cinque petali inclinati tra loro di 18 gradi e non appena si inizia a far girare il fiore ci si accorge immediatamente della similitudine con le eliche di un elicottero. Allo stesso modo, provando a soffiare un soffione, il professore ci fa notare come i piccoli petali bianchi che scendono verso terra siano estremamente simili a piccoli paracaduti. Wow!

Arrivati alla soglia dell’Orto delle Conifere, De Matola ci dà delle brevi informazioni su famiglie e tipologie degli alberi, poi ci scorta all’interno presentandoci alcuni esemplari e raccontandoci le storie di come è riuscito a entrarne in possesso.

Piantare un albero può sembrare semplice e invece scopriamo che il professore ha trascorso mesi in giro per il mondo e che si è mobilitato con tutti i suoi mezzi per cercare di ottenere delle sementi da piantare qui.

Ma purtroppo non tutto ha un lieto fine. Di una specie abbiamo potuto osservare solo due alberi, gli unici due nati da ben 800 semi piantati. È infatti con grande preoccupazione (e anche un po’ di rammarico) che il professore sottolinea come nel mondo di oggi si stia perdendo tanta varietà di alberi e piante, un fenomeno negativo sia perché apre la strada all’estinzione delle specie sia per le esigenze dell’uomo. E se nei prossimi anni dovessimo iniziare a piantare solo un unico tipo di fragola (perché magari è considerato il più performante) e poi arrivasse un virus? Non si potrebbe aggirare il problema perché non avremmo a disposizione altre varietà.

Il piccolo tour si conclude con la lettura di una storia in tema e con l’esecuzione di due brani al violino.

Si torna verso l’autobus. Ci spostiamo nei pressi del secondo orto e ci fermiamo in un prato lì vicino per il nostro pic-nic. I teli disposti a formare un grande cerchio, il sole che scalda e un’organizzazione impeccabile: panini di vari gusti, frutta, vino, dolci. Non manca nulla.

Con gli occhi mezzi chiusi e lo stomaco appesantito ci dirigiamo verso l’Orto delle Querce e qui i racconti del professore sono meglio di un caffè. Le querce sono alberi preziosi per l’uomo, talmente preziosi da fornire risorse e benefici che hanno permesso l’evoluzione dell’homo sapiens.

Il professore usa una metafora: “una quercia è un’amante lasciva che si dona senza chiedere nulla in cambio, senza aspettative, solo per il gusto di dare amore e tutti noi dovremmo esserne consapevoli e grati”.

Arriviamo davanti a un grande gelso di più di 200 anni. Alcuni di noi tentano di arrampicarsi o provano a sedersi sui suoi rami. Il professore ci lancia un’altra provocazione, leggendoci uno stralcio di testo dal libro “Nanna o l’anima delle piante” di Gustav Theodor Fechner. Questo autore ha fortemente contestato il pensiero secondo cui le piante siano esseri inferiori agli uomini o addirittura inanimati, sottolineando invece come siano estremamente simili agli esseri umani ed abbiano addirittura un’anima.

Ne nasce un bellissimo dibattito. Alcuni di noi fanno domande e il professore ci dà il suo punto di vista per aiutarci a riflettere sulle risposte. Ci chiediamo di quante piante abbia bisogno il mondo per invertire la tendenza di crisi climatica che stiamo vivendo ora; ci interroghiamo su come poter cambiare le cose e contribuire a migliorare il posto in cui viviamo; ci domandiamo come sarà il futuro e se riusciremo a renderlo vivibile anche per le generazioni dei più piccoli.

L’ultimo spunto del professore riguarda la collaborazione. Le foreste sono fatte di alberi che stanno più o meno vicini fra loro, più o meno fitti, ma tutti collaborano e si aiutano a vicenda. Non c’è una specie che prevarica, non c’è sabotaggio, non c’è invidia; le piante hanno capito che per aiutarsi a vicenda a sopravvivere devono collaborare – e forse anche noi dovremmo adottare questo sguardo nella nostra vita.

Dopo aver salutato il professore nella zona del giardino giapponese, ritorniamo al pullman giusto in tempo per evitare la pioggia. Si torna verso casa, con qualche conoscenza e qualche bel ricordo in più.

Grazie TEDx!

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